Modello Jakarta

Secondo il Wall Street Journal, comunque vada oggi al voto per le legislative, l’Indonesia è la prova provata che islam e democrazia non si escludono a vicenda.
9 APR 09
Ultimo aggiornamento: 03:44 | 5 AGO 20
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Certo, non è tutto un idillio, in Indonesia. Anzi, il primo test della tenuta del paese sono proprio le elezioni di oggi (a luglio ci saranno le presidenziali) che sono nella loro complessità secondo soltanto a quelle indiane, non soltanto per un sistema elettorale quasi folle ma anche perché si tratta di far votare 240 milioni di persone sparse in un arcipelago di 17 mila isole. In più c’è la situazione economica in rapido declino: secondo gli esperti la crescita del pil potrebbe passare dal 6,1 per cento del 2008 al 3 per cento. Lo stato ha stanziato 6,3 miliardi di dollari (1,3 per cento del pil), ma le esportazioni continuano a calare e la moneta a svalutarsi. Infine, e soprattutto, c’è l’estremismo islamico.
Secondo un recente studio, la diffusione di estremisti in Indonesia fa parte di un piano organizzato all’unico scopo di infiltrarsi in ogni aspetto della vita del paese che ha il 90 per cento della sua popolazione musulmana ma in cui l’islam non è religione di stato. Secondo Abdul Rahman al Rashed, ex direttore di Asharq al Awsat, la situazione indonesiana è paragonabile a quella britannica, dove le comunità asiatiche una volta erano note per la loro tolleranza e poi sono divenute basi del terrorismo “cresciuto in casa”, come dimostra il fatto che si pensava che ci fossero soltanto “stranieri” di al Qaida in Indonesia, finché non è saltato fuori Abu Bakr al Bashir. Ma è anche vero che è dal 2005 che non ci sono attacchi terroristici e che due quinti delle elezioni locali sono stati vinti da coalizioni formate da partiti islamici e da partiti laici. Non a caso il pericolo più sentito è quello di un ritorno dei partiti legati al dittatore Suharto.